La percezione della tonalità.

Mi sono sempre chiesto se ciascuna tonalità abbia effettivamente una suo colore intrinseco oppure la percezione che noi abbiamo di una certa tonalità dipenda dal numero di brani in quella tonalità che noi conosciamo.

Penso alla tonalità di RE MINORE:

  • Mozart: Concerto per pianoforte e orchestra – KV466.
  • Mozart: Requiem
  • Beethoven: Sonata “La tempesta” Op.31 N2
  • J.S.Bach: Toccata e Fuga – BWV 565
  • J.S.Bach: Ciaccona dalla partita per violino solo – BWV 1004
  • Beethoven: Sinfonia N.9

Immaginiamo di fare questo esperimento: prendiamo 1000 giovani studenti di pianoforte, facciamo ascoltare loro TUTTO ciò che ha scritto Beethoven TRANNE la SONATA n.17  in re minore “La tempesta” , facciamo studiare loro anche TUTTE le sonate per pianoforte tranne “La tempesta”, quando hanno assimilato TUTTO Bethoven tranne il brano in questione facciamo vedere loro 3 versioni della sonata LA TEMPESTA:
1) Do diesis minore
2) Re minore
3) Mi bemolle minore

Se la maggioranza dicesse che quella “giusta” è quella in re minore potremmo dedurre che una tonalità ha un suo significato.
Se Beethoven ha scelto il Re minore è perchè il Re minore permette di esprimere ciò che Beethoven sentiva, in Mi bemolle minore o in Do diesis minore si sentirebbe una discrepanza tra ciò che Beethoven voleva esprimere e il “mezzo” (ovvero TONALITA’) usato per esprimerlo; o quanto meno il Re minore sarebbe “più efficace”.
Suonando “La Tempesta” un semitono sotto o sopra cambia effettivamente il significato?
Sarei proprio curioso di sapere il risultato! Non se questo esperimento potrebbe avere una qualche valenza scientifica.

Penso che in realtà una tonalità non abbia un suo proprio colore ma che la percezione della tonalità è data dai brani che già abbiamo ascoltato in quella tonalità…
Immaginiamo anche che nel ’700 per via del diapason più basso le composizioni in re minore di cui parlavamo prima in realta suonavano in Do diesis minore…o in re bemolle minore?
E’ una questione che ha rilevanza per chi si accinge a comporre musica, perchè una tonalità “sbagliata” sarebbe di ostacolo nell’esprimere l’idea musicale, ma avrebbe rilevanza anche per l’esecutore che non avendo chiaro il carattere di una tonalità rischierebbe di non rendere al meglio la composizione.

Non avendo risposte…buona musica! In qualsiasi tonalità!



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4 commenti a “La percezione della tonalità.”

  1. MaurizioB dice:

    È un discorso che mi ha sempre affascinato, inizialmente perché non ne capivo assolutamente la profondità (pensavo che un qualsiasi brano fosse assolutamente identico in qualsiasi tonalità), negli ultimi anni perché comincio a comprenderne la complessità.
    Oltre alla questione dell’intonazione che giustamente hai riportato, è interessante il discorso “evolutivo” di crescita culturale che presenti. Ma indubbiamente ci sono da considerare degli aspetti più tecnici che influiscono particolarmente, come il timbro e gli armonici. Sappiamo bene che alcuni brani “suonano bene” su molti strumenti, altri solo su quello per cui sono stati scritti, e questo dipende, oltre che da aspetti prettamente tecnico-esecutivi, da questioni di timbro, colore e suono, nonché dalla ricchezza di armonici che tali strumenti producono.
    Inoltre come ben saprai certe disposizioni di accordi funzionano meglio solo all’interno di una certa estensione, al di fuori della quale risultano confusi, cacofonici o instabili.
    Aggiungo anche che con l’evoluzione della musica, l’”orecchio” è divenuto sempre più flessibile, e così come 400 anni fa era inascoltabile un accordo oggi orecchiabilissimo come quello di settima di dominante con la nona eccedente, probabilmente musica pensata nel ’700 in una tonalità che poteva essere solo quella, oggi verrebbe ascoltata indistintamente con effetti pressoché identici, in tonalità vicine nell’arco del tono inferiore o superiore. Ed inoltre se fosse composta oggi, lo sarebbe in tutt’altra tonalità, anche perché siamo a conoscenza di molti altri mezzi che contribuiscano ad ottenere ciò che anticamente dettava la scelta di una tonalità.
    E concludo ricordando che la scelta della tonalità influenza la composizione stessa, quindi se è vero che un certo brano poteva essere composto solo in una certa tonalità, è anche vero che quello stesso brano composto in una tonalità anche vicina, sarebbe stato composto in maniera a volte radicalmente diversa.
    Insomma, non ho risposto nemmeno io, ma ho aggiunto altre variabili ad un discorso affascinante che tutt’ora non ha risposta e non ne avrà ancora per parecchi decenni, secondo me… E tutto sommato è quasi meglio così!
    Tu che ne pensi di tutto ciò?

    Buona musica anche a te!

  2. Stefano dice:

    Sono molto interessanti le questioni che proponi: sopratutto la questione della dissonanza.
    Shoenberg diceva che “qualsiasi agglomerato sonoro è consonante se circondato da agglomerati sonori più dissonanti”.
    L’affermazione di Shoenberg si riferisce ad un ambito “culturale” in senso lato.
    E’ chiaro che esistono anche questioni “fisiche”: rapporti tra le note degli accordi rispetto alla successione degli armonici, etc…
    Questi due aspetti: “culturale” e “fisico” sono spesso intrecciati.
    A me piace porre questioni…le risposte le lascio ai veri studiosi!
    Buona musica e buon anno.
    Stefano.

  3. Claudio Paperi dice:

    Commenti alla percezione della tonalità.
    Trovo molto suggestiva l’idea che la percezione del significato nell’uso delle diverse tonalità, stante la assoluta equivalenza teorica di queste tra di loro nel sistema temperato equabile, sia effettivamente legata al bagaglio di esperienze che ognuno si forma ascoltando la musica nel tempo. Simmetricamente penso che anche e soprattutto i compositori con la loro ipersensibilità musicale percepiscano, direi subliminalmente, la differenza nell’uso di una tonalità piuttosto che un’altra grazie alla loro scontata conoscenza delle precedenti esperienze proprie e degli altri colleghi, quasi ubbidendo ad una tacita convenzione psicologica. Di più penso che non si possa argomentare: siamo in un campo in cui sembra assai arduo , se non impossibile, dare regole con qualche valenza teorico-scientifica. Per quanto riguarda l’introduzione all’argomento da parte di Stefano Cucchi, ritengo che tra le composizioni in Re minore non si possa tralasciare di aggiungere, per il significato tragico connesso a questa tonalità, principalmente il Don Giovanni di Mozart.
    Claudio Paperi – Roma

  4. Stefano dice:

    Hai ragione! Il “Don Giovanni”! …è un’opera che non fa parte del mio “immaginario tragico”.
    La conosco poco, lo confesso, è una lacuna che cercherò di colmare al più presto.
    Buona musica.
    Stefano.

Arichivio